venerdì 21 agosto 2020

Un atto di fiducia


Nel momento in cui si fa kinbaku chi viene legato demanda una parte della propria libertà ad un’altra persona. Il top e il bottom stabiliscono dei limiti, ma nel fare kinbaku si avrà a che fare con sofferenza, eccitazione, contatto fisico; questo significa che non si può fare tutto quello che si vuole, ma che comunque ci si dà il mutuo permesso di avere un’esperienza intima e profondaAvere contatti sessuali oppure no, essere nudi oppure no, giocare con la sofferenza o essere più delicati…questi sono limiti; legare senza nemmeno toccarsi o come si legherebbe un pacco è giocare con le corde, non fare kinbaku. Nel bondage uno dei due partner si sottomette all’altro, alle sue corde; il bondage prevede l’immobilizzazione e la gestione del proprio corpo da parte di un’altra persona. Per fare questo è necessario una forte fiducia reciproca in modo da sapere che nessuno si approfitterà dell’altro, che non verranno superati i limiti che sono stati fissati e che ognuno conosce bene le proprie capacità tecniche e fisiche. Per questo è consigliabile legare e farsi legare da poche persone con cui costruire un rapporto di fiducia e conoscenza. Ci deve essere un momento di conoscenza, di prova, di informazione; si parla dei vari aspetti tecnici, si guardano libri e video, si parla, si fanno domande quali “possiamo provare questa legatura?” o “come lo esegui tu quel passaggio?” o “perché fai questa cosa?”; poi nel tempo si deve creare un rapporto per cui alla fine si può giocare affidandosi con fiducia al partner. Ecco che allora potranno emergere gli aspetti più intimi delle corde: la sottomissione, il controllo, la sofferenza, l’umiliazione, la vergogna. Servono tempo, dialogo e tanta voglia di mettersi in giocoTutto questo è un dono che due persone si fanno, liberamente, nel pieno rispetto di sé e dell’altro; un dono molto importante e che va trattato come una cosa molto preziosa.
Esposizione e vergogna
La sottomissione nel bondage non è semplicemente il farsi legare e demandare la propria libertà all’altro, non è solo stare in ginocchio o essere messa in posizioni scomode, ma è anche l’apprezzamento della sottomissione stessa, della vergogna, e la capacità di farlo capire al partner. La cultura giapponese è molto più formale di quella occidentale e il senso del pudore è molto più sentito: quando ad una modella giapponese vengono scoperti i seni o vengono messe in mostra le mutandine o le si fa notare che si sta eccitando, ella prova un senso di vergogna a cui noi occidentali non siamo abituati. Anche il lasciarsi legare per un occidentale non è fonte di sottomissione; per un giapponese, per il suo background culturale, è un motivo di un velato senso di umiliazione. Il poter cogliere queste sfumature culturali anche da parte di una persona occidentale offre sicuramente un approccio più profondo al nostro modo di fare corde in generale.

venerdì 5 giugno 2020



Su arte e Bdsm
Di: DowonNonMYKNees

Legami.org - Clicca per chiudere

Ci sono cose che ad un occhio allenato sfuggono... e ci sono connessioni che solo la mente di un adepto di questo mondo può cogliere. Tengo a precisare che con questo scritto non voglio assolutamente erigermi a profonda conoscitrice del BDSM ma solamente condividere degli stimoli che oggi discutendo di una corrente artistica del 900 mi hanno colto di sorpresa e che mi hanno inaspettatamente eccitata. Che questo mondo fosse in qualche intrinseca maniera considerabile arte lo avevo già pensato: i ruoli e il rigore con cui si vivono, la bellezza del corpo vissuto come prezioso strumento e non solo come semplice oggetto del desiderio, l'adorazione di una slave verso il suo Padrone, le sadiche carezze di chi Domina e la musica dei gemiti di piacere misto al dolore di chi devoto subisce. Approfondendo la PERFORMANCE ART mi sono chiesta se certi artisti sapessero che le loro performance fossero ricollegabili ad alcuni principi fondamentali del BDSM. Prendiamo per esempio Marina Abramovic, artista serba che ha consacrato tutta la sua esistenza ad un’arte del corpo che sfidi e mostri i limiti morali e fisici della nostra razza. “Non ho mai voluto morire, ho solo voluto provare quanto lontano potevo spingere lo spirito del mio corpo”... di fronte a tale dichiarazione impossibile non pensare all'importanza che il BDSM dá ai limiti. In particolare una sua performance mi ha colpita: la "Rythm 0", che si svolse nel 1974, nella Galleria Studio Morra di Napoli. La donna restò per sei ore a completa disposizione del pubblico: fra lei e gli spettatori un tavolo pieno di oggetti, da fiori a strumenti di tortura e persino una pistola con un colpo. Chiunque era autorizzato, in queste sei ore, a fare tutto ciò che voleva all’artista con quegli oggetti, ferirla, muoverla, denudarla… Non era Marina il reale oggetto dell’opera, in mostra bensì erano le reazioni del pubblico, la sfrenata curiosità nel poter fare tutto senza conseguenze, il poter sbirciare dalla “serratura” di quelle sei ore la libertà e l’impunità. Dapprima le reazioni furono pacate fra chi faceva foto e chi qualche toccatina coraggiosa, ma dopo un’ora la curiosità ha prevalso e da lì l’istinto e la bestialità, l’emotività sfrenata e l’ebbrezza della scoperta. Marina venne denudata, ferita, palpata, legata,fra chi le asciugava le lacrime di dolore e chi le succhiava il sangue dal collo e, persino, chi le mise la pistola in mano poggiandole il dito sul grilletto. L’artista, in tutto questo, rimase passiva, muta eccetto i gemiti di dolore, “un burattino nelle mani del pubblico", come si definì lei stessa. Scadute le sei ore, iniziò a muoversi, a ricomporsi e a camminare con passo fiero fra la folla che l’aveva torturata. Valie Export, ecclettica artista austriaca, scandalosa e femminista, altamente provocatoria e anticonformista, é stata una delle prime ad usare il corpo femminile per mettere in discussione lo sguardo maschile. Con la sua performance dal titolo “Genitalpanik” del 1968, in cui entrò in un cinema a luci rosse a Monaco di Baviera coi pantaloni in pelle tagliati dall’inguine alle natiche che lasciavano il suo sesso bene in vista in tutto il suo fulgore, dalla grandi labbra al pelo, è riuscita ad evocare nella mia mente l'immagine di un'altera Mistress in grado allo stesso tempo di intimorire e innescare uno sfrenato dediderio. Scopro poi Vito Acconci che nelle sue performance chiamate "Trademarks" (marchi di fabbrica) del 1970 si morde tutte le parti del corpo raggiungibili dalla bocca così da lasciare un'impronta profonda e perfettamente distinta della sua dentatura sulla pelle. Le sue performance sono incentrate sull'uso del corpo come mezzo espressivo relativamente allo spazio in cui è situato. Le sofferenze rivolte al proprio manifestarsi fisico, le pubbliche umiliazioni e le pratiche masochistiche gli permettono di approfondire la conoscenza del proprio corpo. Un sapere che guadagna valore perché nasce dal dolore. Ed è proprio attraverso il dolore, in questo caso autoinflitto, che si ampliano i propri orizzonti percettivi.  Impossibile a chi vive questo mondo fatto di mille sfaccettature non pensare ai doni che un Padrone o una Mistress può lasciare sulla pelle del suo oggetto, come i graffi o gli stessi morsi... che diventano un timbro di possesso e allo stesso tempo un gioiello intimo da custodire finché il tempo della guarigione non lo cancellerà. E il potere del dolore di farci superare la concezione di noi stessi portandoci in una nuova dimensione. E per finire, la performance che incarna il principio forse più importante del BDSM: la fiducia.Il 19 novembre del 1971, alle 19.45, in una stanza della galleria F-Space di Santa Ana in California, un uomo è immobile, spalle al muro e di fronte a lui un amico, zitto. Vittima l’uno, carnefice l’altro, per pochi minuti appena: il gioco di ruolo in cui un giovane convinto dal suo amico artista si ritrova di fronte ad un fucile calibro 22 affidandosi totalmente a lui e a ciò che lui ha nella sua mente.L’artista dinanzi al suo amico dirige l’azione, mantenendo una flemma epica. “Sei pronto Bruce?”. Pronto. Ed ecco che posiziona l'arma, rallentando il tempo e contraendo lo spazio, vertiginosamente. Tra i due una coltre di non senso, o forse di eccessiva lucidità. Volontà, travestita d’incoscienza.Spara. Mira e non sbaglia. La morte in una frazione di secondi, poi la vita, feroce come una buco nel braccio.In questo sparo troviamo il coraggio di colui/colei che "segue" di andare oltre i propri limiti affidandosi completamente all'altra persona, e la capacità di chi conduce di testare il legame in sicurezza e con estrema consapevolezza.


giovedì 5 dicembre 2019

L'Intervista 
Hikari Kesho 


1) Alberto Lisi ,quali sono le dinamiche che l hanno condotta ad osservare e amare la cultura orientale?
Sono sempre stato attratto dalle arti marziali, ho praticato judo e karate e questo successivamente mi ha portato ad avvicinarmi alle filosofie di pensiero orientali, approcciando non solo la parte artistica ma anche quella spirituale. 
2) Ha memoria del suo primo approccio consapevole allo schibari?
Certo! Ho cercato di copiare una legatura sulla mia sventurata modella e musa del momento, che avevo visto facendo delle ricerche in merito, ovviamente con scarsissimo successo, dovendo slegarla immediatamente per il dolore inflitto sia dal tipo di legatura che di corde usati.
3) Tre sono le dimensioni da valutare a da vivere quando si parla di shibari : quella del creatore,il Rigger, quella della modella,quella dello spettatore. Signor Alberto Lisi ce le può illustrare ?
Il mio approccio artistico con lo shibari è più fotografico che performantico, per cui lo spettatore nel mio caso è il fruitore dell’immagine fotografica più che l’osservatore di uno spettacolo dal vivo, mentre Rigger e modella sono i creatori di un’opera che vive del suo momento ultimo, dell’istante finale in cui l’estetica raggiunge la sua massima espressione.
4) Potremmo associare lo shibari alla scultura?
Assolutamente si, è proprio ciò che spinge la mia ricerca artistica ad usufruire di questa tecnica: utilizzare le corde come mezzo per trasformare il corpo della modella in una vera e propria scultura vivente.
5 ) Come si dispiega tecnicamente la creazione di una sua opera?
E’ un processo abbastanza lungo, che parte dall’individuazione del soggetto, spesso frutto di un’ispirazione data da un luogo, da un’atmosfera o da una modella con particolari caratteristiche, poi c’è il progetto grafico, inteso come composizione che dovrà avere il soggetto all’interno della foto, la parte organizzativa e quella esecutiva, che comportano entrambi una serie di problematiche spesso aumentate dalla particolarità delle locations scelte.
6) Ottenuta la padronanza di tale disciplina,la quale comporta una notevole maestria,cosa ad Alberto Lisi preme di esprimere?
La bellezza, il fascino, l’erotismo…qualità che ritengo intrinseche nel corpo umano, nella fattispecie quello femminile che io prediligo, che cerco di immortalare e, se mai fosse possibile, esaltare con l’aiuto di luce e corde.
7) Quali sono le problematiche che incontra nella realizzazione di una sua opera?
Le problematiche variano a seconda del tipo di progetto: possono essere legate alla location scelta, alla situazione climatica, al carattere o emotività della modella o al suo stato d’animo al momento della performance, come anche alla luce più o meno favorevole, che di regola gestisco con l’ausilio di flash portatili e attrezzature varie per meglio plasmare il corpo della modella. Lavorare inoltre in luoghi pubblici all’aperto amplifica la tensione e mi carica di grande responsabilità nei confronti dei miei collaboratori che si prestano a situazioni sul filo della legalità. Tensione ed emozione non aiutano nemmeno la modella, che si trova esposta e vulnerabile in una situazione difficilmente controllabile, dovendo così affidarsi ciecamente alla professionalità mia e del mio staff.
8) Cosa cela lo scatto finale....cosa invece aggiunge a tutta la progettazione ?
Lo scatto finale è quello che, tra tutti quelli effettuati durante la sessione, maggiormente riassume ed esprime le emozioni che io e la mia modella avevamo in animo di esprimere, quando questo avviene l’intero progetto ha avuto ragione di esistere, al di là di esso ogni sforzo sarebbe stato vano.
9) Alberto,cosa prova quando sul finire della creazione immortala l immagine con i suoi scatti?
E’ un tripudio di sensi, è una gioia che pervade l’anima, una grande gratificazione dell’ego .
10) Normale operazione e' fotografare lo schibari eseguito,ma per lei tutto cio' ha un significato diverso, le qualità  eclettiche del suo spirito artistico le permettono di dilatare il ''possesso'' della sua creazione.....lei la esegue ,lei la fotografa , stimolante ,impegnativo ,e' un processo per lei assolutamente naturale o una esigenza?
Direi entrambi, mi viene in modo assolutamente naturale dato che nasce dall’unione di due grandi passioni: la fotografia che mi accompagna da tutta una vita e lo shibari che pervade le mie ricerche artistiche da circa 15 anni. Allo stesso tempo è un’esigenza data dalla mia abitudine professionale, prima ancora che di artista, di creare da me i soggetti che vado a fotografare. Nella moda scelgo lo styling, il look, il trucco, pose ed espressioni della modella più adatti a trasmettere il messaggio che voglio esprimere, era una logica conseguenza che nelle mie foto artistiche fossi io a creare il soggetto seguendo le mie emozioni e non interpretando quelle di qualcun altro.
11) Studio dell ambientazione,consapevolezza della struttura del corpo umano , conoscenza tecnica delle legature , dove si proietta maggiormente la sua attenzione?
Paradossalmente quello di cui mi curo meno è la tecnica delle legature, che ripeto per me rappresentano un mezzo e non un fine e che devono principalmente contribuire all’estetica finale. Ovviamente non prescindo dall’aspetto funzionale per ragioni di sicurezza della modella .La rappresentazione dell’estetica scultorea di un corpo e un adeguata ambientazione che ne esalti ancor di più le caratteristiche sul piano emotivo, sono gli elementi su cui più mi concentro.
12) Le diverse tipologie di legatura sono maggiormente delle soluzioni strutturali o simboliche?
Direi “grafiche”, di strutturale c’è il minimo indispensabile per il sostegno della modella, per il resto cerco soluzioni le cui linee traccino percorsi equilibrati e gradevoli all’occhio, come del resto impone la filosofia di pensiero giapponese.
13 ) Le sue realizzazioni che tipo di evoluzione, a suo parere, hanno perseguito?
La più palese è il passaggio dallo studio all’esterno: nella prima fase ero più concentrato sulle corde, avevo bisogno di sperimentare, imparare e la tranquillità dello studio ben si confaceva allo scopo, ma poi in seguito la possibile ripetitività degli sfondi, l’aspetto asettico e poco realistico che ne risultava, non mi bastava più, avevo bisogno di collocare le mie “sculture” in un ambiente che avesse anch’esso qualcosa da raccontare, qualche emozione da esprimere…
14) Quale fra i sui scatti fotografici mi propone come sunto della sua esperienza ?
Sicuramente quello fatto a Venezia in piazza S.Marco, è quello in cui maggiormente si riassumono e si esprimono nel giusto equilibrio, tutti gli elementi che desidero in una mia foto.
15) Alberto nel futuro ,questa sua passione in che contesti si proietterà?
La linea che in questo momento mi stimola di più è quella delle performance artistiche un po’…azzardate, che sfociano nella realizzazione di uno scatto spesso irripetibile, come appunto quello realizzato a Venezia, devo solo individuare chi farà da sfondo alla mia prossima creatura…S.Pietro? la Torre Eiffel?

Giovanni Piccirilli
    Vanessa Scamarcia


Interview – Hikari Kesho

1) Alberto Lisi, what has driven you to look into and, at one point, fall in love with oriental culture?
I have always been attracted by martial arts, I have practiced judo and karate to the extent that I began to get involved with oriental philosophy, approaching not only the artistic side but also the spiritual one.   
2) Do you remember your first conscious approach to shibari?
Of course! While doing some research I came across a tie which I tried to copy on my unfortunate model, my muse at the moment, obviously with very little success. I had to untie her rapidly for the pain that both the tie and the type of rope used were causing.
3) There is a 3D approach when speaking about shibari : the creators point of view, otherwise known as the Rigger, the model and the spectator. Mr. Alberto Lisi, would you like to explain?
My artistic approach with shibari is more photographical than performant so in my case the spectator “uses” the image rather than assisting to a live performance act, while Rigger and model are the creators of a work which takes nourishment from its very last moment, that final instant in which aesthetics meets its highest form of expression.
4) Could we associate shibari with sculpture?
Absolutely, it’s what drives my artistic research to the use of this technique : using ropes to transform and enhance the body of the model as if it were a true living sculpture.
5 ) How does the creation of your work evolve from a technical point of view?
It’s a relatively long process, which starts with identifying the subject, often motivated by an inspiring location, an atmosphere, a model with particular characteristics. Successively there is the graphical project, in the sense of how the subject should be composed inside the photo. Last but not least, the organization and the execution which both bring a number of issues, often increasingly so due the choice of “original” settings.
6) Having obtained mastery in this discipline, which requires a good amount of competence, what does Alberto Lisi want to express?
Beauty, fascination, eroticism …. those qualities which are innate in the human body, more precisely a woman’s body which I prefer, which I try to capture and, if ever possible, enhance with the help of light and ropes.
7) Which are the difficulties you come across in the creation of your masterpiece?
The difficulties vary depending on the kind of project : they can be linked to the setting we choose, climatic conditions, character and emotionality of the model or her state of mind at the moment of the performance, as well as the light which may be more or less favorable, which I usually control with the help of portable flash units and other equipment to better mould the body of the model. Working outdoors, in public places increases the tension and loads me with responsibility towards my crew which accept to work in situations which are often at the limit of legality. Tension and emotion don’t help the model, which is exposed and vulnerable in difficultly controllable situations, having to rely blindly on my professionalism as well as that of my staff.
8) What hides behind the final click …. What does it add to the project?
The final click is the shot that amongst all the ones taken during the session mostly represents and expresses the emotions that my model an myself were craving to share. When this happens the whole project stands, without it all efforts are vain.
9) Alberto, how does it feel when towards the end of the creation you capture the image with your shots?
It’s overwhelming, a joy which penetrates the soul, a big gratification for my ego.
10) Shooting performed shibari is a normal operation, but all this has a different meaning to you, the versatile qualities of your artistic spirituality allow you to extend the “possession” of your creation …. You create it, you perform it, you shoot it, stimulating, demanding, is it a normal process for you or is it a need?
I would say both, it comes natural because it blends two big passions : photography which is a part of all my life and shibari which permeates my artistic research since 15 years. At the same time it is a need driven by my professional inclination, yet before the artistic one, to create my own subjects. In fashion I choose the styling, the look, the make-up, the poses and expressions of the model which from my point of view are more appropriate to transfer the message I want to convey.  It was a logical consequence that in my artistic photos I should be the one in charged to create the subject following my emotions rather than interpreting someone else’s.
11) Location, consciousness of the body structure, technical knowledge of the ties, what is your attention mainly focused on?
Strangely enough what I take less care about is the tying technique, which represent for me a means and not the  purpose and which must basically contribute to the final aesthetics. Obviously I don’t withdraw from the functional aspect for safety reasons. The representation of the sculptural aesthetics of the body and an adequate setting which enhances even more it’s characteristics from an emotional point of view are the elements I mainly concentrate on.
12) The different types of ties are mainly structural or symbolic solutions?
I would define them as graphical, there is a minimum amount of structure required to support the model, for the rest I look for solutions with lines that track well-balanced and eye catching paths, as required by the Japanese school of thought.

13 ) Which type of evolution have your works had?
The more evident one is from indoors to outdoors: at an early stage I was more concentrated on the ropes, I needed to experiment, to learn and the quiet of the studio was perfect for this. Successively however the repetitively of the background, the impersonal and unrealistic aspect which resulted was not sufficient any more, I felt the need to collocate my “sculptures” in a living frame which could contribute and which could also transmit and express emotions …..
14) Which one of your pictures would you choose as a summary of your experience?
Surely the one in Venice, Piazza S. Marco, it’s the one in which all the elements I wish to see in a photo are resumed and expressed with the correct balance and proportion.
15) Alberto, in which context will this passion evolve in the future?
The line which at the moment gives me greater satisfaction is the one which involves “risky” artistic performances, which grant you that one-off shot, like the one in Venice. I only have to imagine which will be the setting for my next creation …. S. Peter’s – Rome? The Eiffel Tower – Paris?

Giovanni Piccirilli
Vanessa Scamarcia

                     Traduzione Barbara Schmidt

mercoledì 16 ottobre 2019


Stiamo lavorando sul sito di primo dominio: Www.bdsmcultura.com 

Il blog resterà attivo. Grazie per la vostra collaborazione e, soprattutto, per la costanza con la quale ci dimostrate interesse, rendendo possibile, la realizzazione di questo progetto.






venerdì 4 ottobre 2019

BDSM

Oltre le sfumature di grigio


Un'incursione nel piacere sado-maso, un mondo che al di là dei luoghi comuni è fatto di accordi, consenso e condivisione dei limiti. 


La saga di Cinquanta sfumature di grigio – che conta cinque libri, tre film e ben due musical – ha raccolto ad oggi un pubblico di mezzo miliardo di persone, e il merito non è certo di uno stile letterario sopraffino. Quando intervistai E. L. James, l’autrice della saga, lei stessa confessò un sincero stupore per il successo di «un romanzo rosa qualunque, forse solo un po’ più esplicito della media». Tanto fenomeno globale è frutto semmai di un’impressionante campagna di marketing, ma soprattutto del tema dell’opera: la dominazione erotica, verso cui c’è evidentemente un grande interesse. 
OLTRE I PREGIUDIZI
giochi erotici di sottomissione si basano su un principio semplice. Uno dei partner si mette a disposizione dell’altro impegnandosi ad accettare e assaporare tutto ciò che accadrà; quest’ultimo si prende invece la responsabilità di gestire la situazione e decidere quali sensazioni ed emozioni proveranno entrambi. Poiché la fantasia non ha limiti, le pratiche possono prendere centinaia di forme differenti che spaziano da sottili giochi mentali a stimolazioni molto intense che non escludono nemmeno il dolore.
Tutto ciò viene indicato sotto l’acronimo “BDSM”, dalle iniziali di Bondage (immobilizzazione del partner), Dominazione/DisciplinaSottomissione/SadismoMasochismo
Una stranezza? Numericamente parlando, no. Incrociando diverse ricerche demografiche compiute negli ultimi venticinque anni, è risultato che nei Paesi industrializzati 1 adulto su 6 ha fantasie erotiche di questo tipo e 1 su 10 le ha messe in pratica in forme più o meno intense.
Quel 10% di popolazione, rapportato ai più recenti dati ISTAT sugli italiani sessualmente attivi, rivela la presenza nel nostro Paese di un’orda di oltre quattro milioni di appassionati. È un numero pari agli abitanti del Veneto, di cui non si può sottovalutare l’importanza.
Un dato di dimensioni simili non può essere liquidato, come spesso accade, come un fenomeno da baraccone di cui parlare con sarcasmo o con la morbosità dei benpensanti in cerca di scandalo. Tale atteggiamento rivela semmai l’inadeguatezza della società, ma anche dei professionisti e dei terapeuti, ad affrontare un tema tanto pervasivo quanto sommerso.
Un po’ come accadeva con l’omosessualità negli anni Quaranta del secolo scorso, moltissimi individui sentono in loro pulsioni generalmente irrise o condannate dall’opinione pubblica – quando non addirittura criminalizzate –, che quindi temono di rivelare. Questi soggetti non hanno nemmeno risorse istituzionali alle quali rivolgersi: la maggior parte degli psicologi e sessuologi italiani riceve a malapena un paio d’ore di formazione generica sul tema delle parafilie, ed è impreparata ad affrontare questioni che possono divenire alquanto complesse.
Abbandonati a sé stessi, gli appassionati di BDSM ricorrono allora alle risorse online approntate da altre persone con le medesime inclinazioni – la cui qualità è spesso scarsa. Le esperienze dirette convivono con confabulazioni pornografiche; le informazioni fornite in buona fede sono per lo più aneddotiche, e possono risultare addirittura pericolose. Ne consegue l’utilità, oltre che l’opportunità, di formare dei professionisti in grado di dare supporto psicologico, come dimostrato anche dal successo dell’unico sportello di consulenza sul tema in Italia, attivo presso l’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma.
Un’altra osservazione chiave riguarda la distanza esistente fra il reale mondo BDSM e le sue rappresentazioni stereotipate, sia nei media (Cinquanta sfumature compreso) che nella letteratura scientifica. Benché tanto il DSM-5 quanto l’ICD-10 abbiano depatologizzato le parafile che non creino disagio al soggetto o a chi gli sia vicino, non pochi professionisti basano ancora la loro visione delle sessualità alternative sulla descrizione di casi clinici gravi, sovente studiati nella popolazione carceraria.
La realtà del fenomeno, fortunatamente, è che esiste una grande differenza tra disturbo parafilico – su cui è necessario intervenire – e semplice parafilia, cioè lo spostamento dell’interesse erotico su forme di sessualità statisticamente meno comuni. La stragrande maggioranza dei praticanti di BDSM appartiene a questa seconda categoria, e vive le proprie inclinazioni in modo sostanzialmente egosintonico, cioè appagante per sé stessi, come dimostra anche l’incidenza irrisoria di casi preoccupanti. Addirittura diversi studi, fra cui quelli di Wismeijer e van Assen (2013) e di Calderoni, hanno riscontrato in loro caratteristiche psicologiche più favorevoli della media.
PATTI CHIARI, PIACERE LUNGO
Osservando il fenomeno, si nota facilmente come il fattore discriminante sia l’esposizione a quella che è a tutti gli effetti una cultura del BDSM, la quale oltre che negli spazi di confronto virtuale consiste nel mondo fisico di una sterminata produzione internazionale di saggistica; di iniziative conviviali finalizzate alla pratica, ma più spesso alla discussione; di eventi di formazione con workshop concentrati sulla corretta esecuzione delle pratiche, e altro ancora.
Tali risorse sono una necessità, trattandosi di relazioni nelle quali un partner mette letteralmente la propria vita nelle mani dell’altro e accetta di sperimentare – a volte senza possibilità di fuga – situazioni psico-sensoriali potenzialmente estreme. La sottocultura BDSM ha quindi sviluppato una serie di nozioni, regole, accorgimenti e financo precetti filosofici volti a ridurre al minimo i rischi per i partecipanti. Nel complesso, questi elementi tendono anche involontariamente a nutrire l’empatia fra i partner e a reindirizzare l’istinto sadomasochista – dettato dalla innata tendenza dei mammiferi ad adottare comportamenti egoistici di dominazione e sottomissione – verso un’espressione basata sulla sicurezza e focalizzata sul benessere dell’altro.
In un certo senso, il BDSM può essere considerato una “cura” dal sadomasochismo patologico. Dimentichiamo le rappresentazioni esasperate, violente, tipiche della pornografia: nella quasi totalità dei casi, la dominazione erotica è quello che il sessuologo John Money definiva «un drago di velluto»: un’idea spaventosa ma innocua all’atto pratico. Così innocua, in effetti, da avere dato origine addirittura a una serie di strumenti relazionali che cominciano ad essere integrati anche in ambito terapeutico. 
Chi si avvicina la prima volta alla cultura BDSM può restare sorpreso per esempio dall’attenzione estrema verso il tema del consenso fra partner. Lungi dagli standard “normali” da cui scaturiscono fenomeni quali lo scandalo Weinstein/#MeToo, la violenza di genere e il femminicidio, i “pervertiti” adottano il meccanismo delle safeword, i “segnali di emergenza”. Nel momento in cui uno dei partner usa questi segnali – verbali o meno – qualsiasi attività in corso viene immediatamente interrotta senza questioni, recriminazioni o drammi. Quale che sia il problema, i partner eliminano la fonte di disagio, discutono del modo migliore per evitare che si ripresenti e in tutta serenità scelgono se riprendere o meno ciò che stavano facendo, nell’ottica di collaborare per offrirsi l’un l’altro la migliore esperienza possibile.
Chi si diverte con corde e fruste coltiva inoltre l’arte della negoziazione, in modo da stabilire chiaramente i desideri, le curiosità e i limiti di entrambi. Questo processo, che nella realtà non assomiglia affatto alla fiaccante formalità descritta in Cinquanta sfumature, ha il pregio di essere anch’esso collaborativo e non competitivo. Le parti non si rassegnano a piccole, sgradevoli concessioni pur di ottenere un vantaggio, ma studiano insieme quali possano essere un obiettivo comune e il modo per raggiungerlo col massimo piacere di entrambi. Ancora, il cosiddetto aftercare è la fase di conforto e coccole reciproche che ci si concede dopo un’esperienza particolarmente intensa – non una cortesia occasionale, ma una parte integrante degli incontri BDSM. Quante coppie tradizionali hanno l’accortezza di ritagliarsi simili momenti di debriefing (rielaborazione), contatto ed empatia?
PER UNA CORRETTA CONOSCENZA
Non parliamo poi dell’attenzione tecnica posta nelle pratiche vere e proprie. È facile che la necessità di prevenire incidenti e lesioni faccia sviluppare negli appassionati di bondage una conoscenza della fisiologia, migliore di quella di tanti studenti di Medicina. Chi ama la flagellazione impara dove e come colpire per non provocare danni, ma anche le basi del primo soccorso per rimediare a possibili errori.
L’efficacia di questa estrema attenzione alla sicurezza e al benessere reciproco è testimoniata dalla rarità di casi di cronaca gravi connessi al mondo BDSM. Non a caso, analizzandone i dettagli, si scopre come la quasi totalità degli incidenti riportati riguardi soggetti estranei alla cultura di cui sopra, che si improvvisavano esperti di eros estremo. Tipicamente: sex-worker istigati dai clienti; persone in stato di coscienza alterato; soggetti gravemente disturbati; individui dediti a pratiche autoerotiche ad alto rischio (restrizione del respiro).
Anche sotto questo aspetto appare allora evidente l’importanza di poter accedere facilmente a informazioni attendibili, ben distinte dalle iperboli dell’immaginario pornografico. Solo così, infatti, chi è attratto da fantasie erotiche di dominazione può comprenderle, elaborarle ed eventualmente realizzarle in modo sicuro senza essere vittima di negatività interiorizzate o provenienti dall’esterno.
Le stesse informazioni risultano altresì preziose per i terapeuti e per chiunque interagisca con persone dalla sessualità BDSM, al fine di inquadrare in maniera corretta concetti abitualmente distorti dagli stereotipi mediatici. Non bisogna infatti dimenticare che, nonostante la passione per il BDSM sia in genere innocua, una sessualità improntata ad archetipi così intensi e spesso totalizzanti può colorare altre aree della quotidianità. Fra queste vi sono le comuni problematiche psicologiche e relazionali, e in tal caso è fondamentale padroneggiare gli strumenti per distinguere se e quanto l’eros parafilico le influenzi.
L’esperienza nello studio delle sessualità alternative rivela l’esistenza di un’infinità di sottoculture erotiche di norma molto più circoscritte di quella BDSM, ma con dinamiche sostanzialmente analoghe. L’invito a una maggiore apertura mentale e a un approccio non giudicante si estende pertanto a ogni forma di parafilia non patologica – per il benessere tanto dei diretti interessati quanto di chi vi interagisce. Dato che conoscerle tutte è pressoché impossibile, può essere utile rifarsi ai principi di sex positivity descritti dal «Manifesto degli esploratori sessuali», un’iniziativa nata per combattere le ricadute sociali negative di un approccio normativo all’eros.

giovedì 15 agosto 2019


RITUAL THE CLUB
presents

ROME BONDAGE WEEK 2019

Rome Bondage Week is the Italian festival entirely dedicated to the Art of Bondage.
It's produced by Ritual The Club, the first Modern Fetish Party in Italy, born in Rome in 1999, official partner, ambassador and Italian edition of Torture Garden as Torture Garden Italy.
From the experience of Extreme Clubbing, Ritual The Club has created Ritual LAB, the division focused on the didactic, artistic and sociocultural aspects of Fetish, BDSM and Erotism.
Ritual LAB promotes initiatives related to the artistic and performative disciplines of the world of alternative sexuality and subcultures, in constant dialogue with the instances of contemporary arts, from Design to Body Art.
Rome Bondage Week arises from a need of knowledge and sharing.
The festival aims to explore and spread the culture and aesthetics of Bondage in its most different forms, from the Japanese tradition to the contemporary Western experimentations, through workshops, performances, peer-ropes, cultural and playful events with international riggers and performers.





mercoledì 29 maggio 2019

“L'esperienza dei 'Dopolavori BDSM' di Legami”di Radaaria e Lancelot

Con una serata dedicata alla riflessione e al confronto sul ruolo delle comunità e dell’associazionismo negli ambiti LGBT, poliamore e BDSM si è concluso il secondo ciclo del “Dopolavoro BDSM”. Ad introdurre il tema, fornendo preziosi spunti per la discussione, è stata MissDebbieRm.
“Le minoranze sono trasformative” ha ripetuto più volte Miss Debbie, facendo notare il ruolo propulsivo che la militanza svolge nell’ambito della tutela e della rappresentanza delle forme di sessualità non convenzionali. Ruolo che suggerisce una possibile via di uscita rispetto al mainstream del pensiero unico dominante, che tende a negare le diversità e i differenti modi di pensare, amare e vivere la propria sessualità liberamente.

Due anni fa Legami pensò il “Dopolavoro BDSM” come un “luogo” dove coloro che vivono consapevolmente il BDSM potessero approfondirne l’impatto nella sfera personale, nell’ambito relazionale o nella dimensione sociale e collettiva; “un luogo reale”, ospitato presso il c.c.o. Mario Mieli, dove poter indagare gli aspetti psicologici e

quelli pratici della relazione fra il BDSM e la vita quotidiana. 
Da questo punto di vista il bilancio dei “due cicli” proposti è senz’altro positivo.

Il ciclo di quest’anno, pensato prevalentemente con caratteristiche esperenziali, si è concentrato sugli aspetti più sensibili della gestione della “relazione con l’altro”:

- Radaaria e Lancelot (slaveromano71) hanno utilizzato lo Yoga per “considerare l’altro da punti di vista differenti, partendo dai processi di negoziazione per capire e risolvere i problemi di comunicazione nelle dinamiche di ruolo”;


- Electra e MariLeo hanno affrontato le conseguenze legate “all’accettazione e al rifiuto nelle dinamiche BDSM”;


- Daria e Marianna Bianco ci hanno suggerito metodi e percorsi per “attraversare gli stereotipi di genere e di ruolo”, cogliendone in profondità le implicazioni sulla vita quotidiana e nelle relazioni con gli altri ed il mondo esterno;


- la Dott.ssa Daniela Botta ci ha aiutato a comprendere “i fallimenti nelle dinamiche relazionali BDSM”;


- Miss Debby (Deborah di Cave), nel Dopolavoro da lei condotto (preparato insieme al Reverendo Blues) - ha affrontato il tema de “L’associazionismo negli ambiti LGBT, poliamore, BDSM”.


“Spero che si parli di più di sesso fino a portare la gente a capire che c'è tutto un mondo da esplorare, che ci sono modi per stare bene impensabili. Per una persona che dice "sono tutti da curare", ce ne sono dieci che si fanno il selfie e provano a farsi legare al letto. Evviva per loro, per la società tutta” (cit. Radaaria)..


Desideriamo ringraziare tutti i relatori ma anche tutti coloro, Legamiani e non, che hanno partecipato e animato, insieme a noi, i vari appuntamenti del “Dopolavoro BDSM”.