sabato 29 settembre 2018

““Nipple play” e “Nipple torture””
di Tormassy




Il Nipple play è un modo di rendere i capezzoli, già di per sè particolarmente sensibili ancor più sensibili ed erogeni al tocco. 
La Nipple torture consiste nel procurare in ambito erotico sadomaso dolore e piacere insieme. 
La pratica può riguardare tanto i capezzoli femminili quanto quelli maschili. La stimolazione può essere fatta 
con le dita: tastando, solleticando, tirando leggermente o con forza, massaggiando, stringendo, strizzando, torcendo; 
con la bocca: leccando, succhiando, mordicchiando, mordendo; 
con strumenti e oggetti quali morsetti, mollette, anelli dentati, elettrodi e elettrostimolatori, vibratori, elastici, aghi, aspiratori per succhiare, frustini da dressage, canne e nei casi più hard core ganci...
con sostanze quali olio alla menta, colluttorio forte, zenzero, peperoncino, olio essenziale di menta o di timo, ghiaccio, cera calda...
Tutto ciò incrementa la sensibilità dei capezzoli e produce l’effetto della sottomissione sub dominazione 
In tutte queste pratiche è necessario che il dom usi molta prudenza e gradualità, concedendo ogni dieci- quindici minuti una certa pausa tra una stimolazione e l’altra, variando le tecniche e gli strumenti, questo per non inibire la sensibilità e soprattutto per permettere l’irrorazione dei capezzoli dai vasi capillari.
Attenzione, la rimozione dello strumento di costrizione è la fase che procura il dolore più intenso. Il capezzolo va perciò subito “curato” al termine della stimolazione: baciato, leccato, massaggiato delicatamente e, nel caso di un uso di sostanze, lavato con sapone e abbondante acqua tiepida. La sensibilità così intensificata del capezzolo intensa durare da poche ora a qualche giorno, ed è possibile che si formino su di esso delle crosticine temporanee dovute alle abrasioni della superficie che i trattamenti hanno provocato. 
Le pratiche di tortura ai capezzoli non dovrebbero mai protrarsi troppo a lungo, ed è molto importante prestare attenzione ad ogni sintomo di fastidio o dolore eccessivo, soprattutto nel caso il capezzolo mostri una colorazione o un gonfiore innaturale. Ogni pratica in quel caso va interrotta immediatamente. 
Da ricordare che è sempre bene:
Tenere sotto controllo la circolazione del sangue e i sintomi di addormentamento della pelle (cessata sensibilità); 
Tenere sotto controllo le reazioni e rimuovere immediatamente quanto applicato se il capezzolo inizia a mostrare segni di anomalia (gonfiore, colore).
Alleviare la pressione ogni 15/20 minuti in modo da ripristinare la piena circolazione del sangue;
Avviare i principianti con strumenti regolabili 
Usare molta gradualità nell’intensificare il gioco.
Può giusto sapere che studi recenti hanno dimostrato come stimolare i capezzoli attivi l’area della corteccia cerebrale di una donna che gestisce l’eccitazione in generale e quella delle sue zone genitali in particolare, al punto che l’1% delle donne può raggiungere l’orgasmo tramite la sola stimolazione del capezzolo. Nei maschi l’eccitazione non è molto minore.

lunedì 27 agosto 2018

Il Bondage e i suoi fratelli: tutto quello che c'è da sapere sulle pratiche erotiche del BDSM



Dal Bondage allo Shibari, il variegato universo del BDSM per vivere nuove esperienze e rafforzare la complicità con il partner.BDSM: che cosa si cela dietro l’acronimo di Bondage e Disciplina (BD), Dominazione e Sottomissione (DS), Sadismo e Masochismo (SM)? dell'Un macrocosmo di almeno un centinaio di pratiche e situazioni erotiche che, lontane da considerazioni moralistiche e patologie mentali, toccano solo incidentalmente la sfera della sessualità. La ricerca di sensazioni fisiche molto forti che possono arrivare fino al dolore, l’assunzione di un ruolo specifico tra adulti consapevoli e consenzienti e l’eventuale uso di strumenti appositi come i sex toy, riassumono la vera dichiarazione d’intenti. Il fine ultimo non è solo quello di raggiungere il personalissimo acme passando dalla classica soddisfazione eros ma è quello di esplorare e vivere un forte appagamento mentale con la realizzazione di particolari fantasie e bisogni che alimentano il desiderio.

B come Bondage, visto come tecnica che lega, costringe e riduce in volontaria schiavitù tramite corde o strumenti appositi. D come Dominazione, che si si riferisce al piacere di pilotare le sensazioni e la volontà del partner, disciplinandolo anche attraverso le imposizioni di regole e punizioni. S come Sadismo: qui privo di ogni sulfurea e negativa connotazione, è una filosofia che mette alla prova sé stessi e il partner in uno scambio di emozioni fisiche forti e coinvolgenti senza recare sofferenze non concordate. M come Masochismo in cui si sceglie di ampliare il proprio bagaglio sensoriale tramite stimoli che provocano dolore o umiliazione ma che donano in realtà intensa soddisfazione. L’attrazione per la controllata sofferenza volontaria e inflitta è una delle tante motivazioni che si inseriscono nella messa in scena di questa prassi relazionale, non ultima la questione del potere tra dominatore e sottomesso. Contrizione e dominio, dottrina e appagamento dirigono quindi i desideri oscillanti degli amanti del genere che convivono in modo totale o solo episodico le proprie pulsioni tra tormento, estasi fino al sublime grazie alla produzione abnorme di endorfine, i neurotrasmettitori del piacere. Il confine tra normalità e anormalità nella sfera sessuale umana è piuttosto labile: gli attuali studi di natura medica e psicologica fanno oramai un doveroso distinguo tra il disturbo parafilico e le parafilie. Nel disturbo parafilico l’intenso, persistente stimolo verso una sessualità atipica viene vissuto con disagio e incapacità a controllare le proprie pulsioni in situazioni quotidiane; nelle più rassicuranti parafilie tali pulsioni erotiche appartengono a soggetti perfettamente consci e in pieno accordo con i propri bisogni. La folta comunità BDSM ricerca quindi una sessualità appagante che ingloba rituali che attivano l’eccitazione tramite l’oscillazione tra sofferenza e passione, prive di problematiche derivazioni. Questo sereno sperimentare si lega quindi a oggetti specifici del mondo del Bondage e delle discipline sadomaso, che possono assumere diverse sfumature.Le differenze nel BDSM non sono mai così nette: lalgolagnia o algofilia, la propensione al dolore, ottiene la propria soddisfazione ricercando la sofferenza fine a sé stessa, puramente fisica e non psicologica che risponde a stimoli meccanici come le frustate, la cera bollente sul corpo, le sculacciate e così via. Nelle connotazioni masochistiche, invece, accanto all'afflizione materiale coesistono desideri di sottomissione e dipendenza da un soggetto dominante, il quale vive la propria soddisfazione attraverso il controllo e l'ordine. Non tutte le varietà BDSM portano obbligatoriamente a soffrire: tra le tre categorie solo il sadomasochismo richiede in modo specifico e voluto tale finalità mentre la dominazione e sottomissione possono avere soddisfazione reciproca anche senza arrivare al senso di umiliazione o spasimo.
https://www.foxlife.it/2018/03/10/bondage-bdsm-guida/

Sadistique!




Se la fine delle ferie è un po’ un peccato… abbiamo la soluzione giusta per espiarlo!  Domenica 2 settembre, dalle 15 alle 20 il più grande evento BDSM d’Italia riapre le porte a Milano con un tema scandalosamente curioso. Questo mese Sadistique sarà dedicato alle Sante Perversioni: tutti i modi con cui si può sorridere dei fanatismi religiosi e del modo in cui culti pseudoascetici di tutto il mondo nascondano fra i loro riti idee piuttosto eccitanti per chi apprezza l’erotismo di dominazione e sottomissione. Perché, certo, ci sono i martiri cristiani; ma non dimentichiamo le avventure sconce delle divinità greco-romane, i rituali erotici indiani; i culti sessuali dell’Africa, l’eros inquietante della santeria centroamericana, le torture mistiche dei sacerdoti Inca e di quelli nativo-americani… l’elenco non finirebbe più! Per questo abbiamo preparato come sempre una gallery da cui trarre le prime ispirazioni, ma siamo sicuri che la vostra fantasia saprà creare outfit ancora più sorprendenti. Come sempre il gioco di seguire il tema suggerito è solo un’aggiunta opzionale al dress code tipico di questo party… però consente di avere più probabilità di conquistare i due ingressi in palio per chi si farà fotografare con il migliore look a tema!
Inoltre, al Sadistique di settembre troverete:
  • Il rinnovato sound design di Severin ad accompagnare tutto ciò che accade nell’area di gioco principale
  • Una mostra fotografica antologica con i migliori scatti dagli ultimi anni di Sadistique. Ci sarete anche voi fra i ritratti?
  • Una MasterClass molto intensa sul sangue nelle pratiche BDSM, tenuta da SadicaMente
  • Il set fotografico dove potrete farvi ritrarre da FudeSan
 …e naturalmente attrezzature di altissimo livello, un ambiente sicuro e ideale, e soprattutto tante altre persone appassionate di eros estremo con cui parlare, fare amicizia e giocare. 
 Ricorda inoltre che Sadistique offre una riduzione di 10 euro sull’ingresso a tutte le persone sotto i 30 anni!
 Ci vediamo in via Mondovì 7 a Milano: per qualsiasi dubbio, trovi tutte le informazioni necessarie sul sito ufficiale della festa. A presto!
 Vuoi rimanere aggiornato sui prossimi eventi? Iscriviti alla mailing list ufficiale su http://eepurl.com/cjdhAf

martedì 14 agosto 2018

“Deleuze, Masoch vs McDonalds's BDSM”



Ci sono parecchi motivi per parlare di Deleuze e Von Masoch oggi, oggi che il web ha abbattuto, ma solo apparentemente, i confini dei possibili approfondimenti, impachettandoli in comodi fai da te firmati google. Ma soprattutto il sadomasochismo stesso (inteso come collezione di individui che lo praticano), quello che rappresenta, forse lontano da quello che è stato, forse lontano da quello che è, sembra sempre di più ignorare una parte fondamentale della sua storia, preferendo il consumo facile,veloce e pressappochista di un’informazione in tipico Mc Donalds’s style. E quando diciamo fondamentale intendiamo davvero fondamentale, imprescindibile, quanto è vero che la parola sadomasochismo per metà è composta dall’ismo di Masoch, ma è stata proprio questa parola ad essere messa in discussione negli anni '60 da un filosofo francese.

Facciamoci del male
Gilles Deleuze, cresciuto all’ombra delle lezioni parigine sulla fenomenologia hegeliana di Kojéve (che tanto influenzarono il pensiero surrealista ed esistenzialista di grandi autori dell'epoca, come Bataille, Klossowki, Blanchot, ecc. ), scrisse nel 1967 “il freddo e il crudele” riabilitando, per la prima volta, l’opera di Von Sacher Masoch (dopo che i suoi eccellenti "colleghi" avevano fatto altrettanto con De Sade) e con essa anche il masochismo stesso, liberando così lo scrittore galiziano dal pregiudizio di stampo psicanalitico-psichiatrico nato con Kraft Ebbing.
Nel suo saggio Deleuze individua la non specularità tra sadismo e masochismo, definendo le due “perversioni” come appartenenti ad universi totalmente diversi, anche se spesso contaminati l’uno con l’altro. Forte dell’analisi sul marchese fatta a suo tempo da Bataille, Deleuze parla del sadismo come pratica (e non dell’opera che resta opera politica o semmai teologicamente invertita) in termini di forte devianza criminale. Relegando l’esperienza sadica nello stesso recinto in cui l’aveva rinchiusa Kraft Ebbing, “il freddo e il crudele” arriva quindi a definire uno “spazio masochistico”, spazio dove si contemplano le figure del carnefice (erroneamente definito il sadico) e della vittima, quindi vittima e carnefice, entrambi, calcano il palco della scena masochistica, che poco ha a che spartire con quella del sadico. Questa differenza totalmente assimetrica non può lasciare indifferenti.

Che fare?
Chiedersi cosa sia stato il sadismo e il masochismo nella loro accezione originaria vuol dire chiedersi cos’è quello che oggi chiamiamo sadomasochismo ( secondo Deleuze non avrebbe senso questa parola), nella teoria e nella pratica. Nonostante quello che possa essere stato scritto in giro, né l’opera di de Sade, e meno ancora quella di von Masoch possono essere dette “semplici”.
Su De Sade abbiamo ormai innumerevoli scritti, le accademie hanno sfornato tesi per ogni disciplina, rivelando quanto De Sade sia lontano dalla dimensione erotica del sentimento, come ci dice anche l’ottimo articolo di Agnese Grieco che consiglio di leggere http://erewhon.ticonuno.it/arch/rivi/inferno/deleuze.htm, su Masoch la letteratura scarseggia, forse proprio per la difficoltà intrinseca di penetrare il personaggio e l’opera.

Due universi paralleli
Le differenze tra i due segnano una linea di confine molto marcata, in De Sade, come in ogni autore che prende a riferimento il male metafisico, vi è la ribellione attuata dai potenti contro la legge della società, stranezza che si spiega solamente come una sorta di “ascesi mistica, ma invertita” (P. Klossowki, “De Sade mon prochain”), quindi di nuovo la ripetizione della ribellione primordiale del primo uomo o angelo. In Masoch vi è la conferma della legge, la sottomissione alla legge, attraverso l’autorità matriarcale di rappresentanza divina fino alla stesura del contratto di schiavitù (e nell’articolo della Grieco vi è spiegato come, comunque, il fine sia quello di mettere la legge in dubbio). In De Sade vi è la ripetizione fino all’ossessione e non potrebbe essere altrimenti, i passi hanno il sapore di certi mantra d’invocazione, le torture e le infamie sono praticate senza nessun colore sentimentale, il fine è la gratuità, si punisce l’innocente, questo è il crimine supremo, il crimine che ancora non riesce a liberarsi della responsabilità, ma la inverte soltanto. Masoch scrive di rituali, di guerra, di supplizi che appartengono alla tradizione di un popolo, tutto in Masoch è legato ad una specie di nomos dall'odore quasi semitico, legato ad una terra. E vien difficile pensare che un conoscitore eccellente delle tradizioni e culture locali dell’Europa dell’est come Masoch potesse ignorare che quelle terre erano state all’alba dei tempi probabilmente percorse da antichi popoli guidati da donne, ma soprattutto che dal III secolo d.c. in avanti diventassero terre di passaggio per le eresie mediorientali, fino a quella ben nota dei bogomili che trovò il suo corrispettivo ad ovest nella setta dei catari. E ancora, De Sade nella sua ascesa invertita punta ad un caos originario, fallisce appunto nella ripetizione ossessiva dei tormenti che non riescono a portare avanti il pensiero, non li significa, perché vuole l’abolizione del referente, della trascendenza che lui sa incarnata nella legge, ma non giunge nemmeno al nulla, ripete e ripete, all’infinito. Al contrario Masoch, accettando la legge, punta alla trascendenza del tormento, significa il tormento con il volto di Mardona, come in “la madre di Dio”, e qui, ci troviamo, in entrambe le “perversioni”, di fronte al “simulacro del sacro”. 
Sadsong

domenica 7 gennaio 2018


Stiamo lavorando sul sito di primo dominio: Www.bdsmcultura.com 

Il blog resterà attivo. Grazie per la vostra collaborazione e, soprattutto, per la costanza con la quale ci dimostrate interesse, rendendo possibile, la realizzazione di questo progetto.

Giovanni Piccirilli



Giovanni Piccirilli
bdsmcultura@gmail.com

SUI RUOLI


Nella scena BDSM ricorrono invariabilmente alcuni temi assai discussi. Uno tra essi riguarda i limiti, ovvero cosa si possa far rientrare nel gioco e cosa no, tanto in termini di intensità quanto di preciso scenario/situazione/disciplina. Ancora, non è raro trovare discussioni su cosa renda “vero” o “finto” un rapporto di dominazione, con infinite controversia sull’essere un “vero” Dom o sub.Queste e molte simili discussioni nascono, a mio parere, da un basilare quanto comune fraintendimento sulla natura stessa di un rapporto BDSM. Natura che è essenzialmente proiettiva e relazionale. Ciò che origina incomprensioni è dunque il considerare, in buona o cattiva fede, la natura di una relazione BDSM quale reale e identitaria.Prima che si alzino grida furenti al tono di “vorresti dire che il mio rapporto BDSM non è vero? O che io non ho una identità Dominante?” mi affretto a precisare che i termini reale e identitario vanno considerati in relazione e opposizione aproiettivo e relazionale, e non di per sé. Forse questo non è chiaro per ora, ma andiamo per gradi, ci si arriverà.

PERCHE’ IL BDSM è UN VISSUTO PROIETTIVO E NON REALE
Il BDSM è uno scenario immaginifico in cui si "rubano" schemi di relazione da altri e completamente differenti contesti per farne un uso erotico-esplorativo. Fatto sta che gli schemi che permettono queste esperienze sono, per definizione, in violazione dei diritti umani (la schiavitù e i suoi simboli), delle forme di relazione socialmente codificate (abusi e violenze emotive, poliamoria, cuckoldismo), delle dignità generiche e specifiche degli individui e dei generi (violenze sessuali, riduzione a ruolo di animale, umiliazioni di genere), delle forme di deontologia e professionalità di ogni genere, (uso invasivo e volutamente doloroso o fastidioso o umiliante di strumentazione medica, ad esempio), e ovviamente l'elenco potrebbe andare avanti all'infinito.Tutti gli scenari da cui traiamo le ispirazioni per i nostri momenti erotici kinky sono, in un modo o in un altro, violazioni di qualche regola di decoro, buonsenso, vivere civile, etc. Il fatto che ce lo permettiamo in ambito BDSM è una sorta di licenza esplorativa, in cui cerchiamo di vivere le emozioni relative alla violazione senza tutto il bagaglio accessorio che nelle sue forme originali comporta.
Forse che sia una bella esperienza venire violentati? O essere umiliati in modo costante e quotidiano dal proprio partner? O subire esami medici inutili e dolorosi? O venire frustati, legati e imbavagliati? La malasanità non è certo una cosa arrapante, ma chi pratica medical non sta violando la dignità o la salute del sub cui infila aghi dappertutto o impone un clistere, o una dilatazione inutile e dolorosa.Certo che sono situazioni dolorose e inaccettabili di per sé, nelle loro forme originarie. Le ricreiamo proprio perché ci arrapa viverne questo “dolore” imponendolo o subendolo, in forma simbolica.
Prendiamo un esempio molto pericoloso: la pedofilia. Siamo tutti d’accordo (spero) che non solo è un reato, ma che in generale fare sesso con un bambino sia un atto grave, che viola la fiducia di un innocente e rischia di segnarlo a vita a livello psicologico, oltre a qualsiasi danno fisico. Ma quel che si chiama ageplay? Quando un adulto si veste da bambino e un altro adulto gliene combina di ogni, non si sta forse simulando la pedofilia? Questo vuol dire che chi lo pratica e ne è eccitato è un coglione o un criminale? Forse un pedofilo in erba che attende il suo turno per scatenarsi sui bimbi del vicinato?Tutto il BDSM vive di simboli per definizione “sbagliati”: noi tutti giochiamo con cose simbolicamente pericolose. Per questo chi lo pratica dovrebbe sforzarsi di avere un grande livello di onestà con se stesso, i suoi desideri e ciò che combina.In questo risiede l’essere “adulti e responsabili” nel fare BDSM.
Ci sono persone eccitate dal vivere le emozioni simboliche di una violazione di alcuni codici e altre attratte dal violare codici differenti. C'è chi si arrapa con lo scat e chi con i pannoloni, chi con le fruste e chi con divise naziste.Il motivo per cui il BDSM dovrebbe essere un luogo per soli adulti responsabili e dotati di buonsenso è proprio questo: qui si esplorano, in modo simbolico ma profondo ed efficace, i territori vietati. La capacità di dosarsi consiste nel trovare il limite per cui una scena rimane una esplorazione simbolica per quanto intensa e verosimile e non diventa una forma di violenza o abuso – che riassumiamo in modo molto generico con il termine SSC. Così si può vivere una situazione di stupro di gruppo MOLTO simile ad un vero stupro di gruppo con tutte le emozioni ad essa connesse SENZA che si stia commettendo davvero uno stupro. Allo stesso modo, c’è chi può desiderare di vivere l’emozione di violare il tabù di simboli e scenari di tipo politico o religioso. Se sa farlo senza rifondare il partito nazista o bruciare streghe sul rogo, ha la stessa valenza e non meno buon gusto di chi si eccita a simulare uno stupro o frustare un culo a sangue o giocare con la popo’. Il limite non sta certo nel dire sì alla cacca in bocca e no alla divisa da SS: sta nel saper esprimere e condividere in modo adulto e responsabile le proprie passioni fetish senza andare a giudicare quelle che arrapano gli altri.

PERCHE’ I RUOLI SONO RELAZIONALI E NON IDENTITARI
E’ ormai qualche annetto che mi trovo spesso a ripeterlo: I ruoli sono funzioni di relazione, non modelli identitari a sé stanti. Affermazione che inevitabilmente mi porta addosso strali di indignazione. Del resto è inevitabile: chi vive un ruolo BDSM come modello identitario percepisce questa affermazione come un attacco diretto, ed è naturale che vi opponga una fiera resistenza.Vediamo se mi riesce di spiegare il perché, io li ritenga tali.
Dominare, è un verbo che implica che qualcuno (o qualcosa) domini su qualcun altro (o qualcosa). Non si può “dominare e basta”, è – semplicemente – pragmaticamente privo di senso. Stessa cosa vale per sottomettersi: qualcuno si sottomette a qualcun altro. Fin qui, non penso che ci siano problemi di comprensione.Quando si entra nell’ambito BDSM però, spesso si semplifica affermando con scioltezza “io sono un/a Dom (Master/Mistress, Padrone/a, Maestro/a etc)” oppure “io sono un/a sub (slave, schiavo/a, sottomesso, kajira, etc)”. Affermazioni che, semanticamente, sono incomplete. Non si può essere un Dom senza qualcuno che si sottometta a te. Non puoi essere un sottomesso senza qualcuno che ti domini. Questa è la natura relazionale dei ruoli nella sua nudità. Quando si afferma di essere un Dom o un sub quale modello identitario, si entra in una comunicazione patologica.Vediamo come e perché succeda.
Una comunicazione inevitabilmente setta dei parametri. Che i coinvolti ne siano consapevoli o meno, che ne conoscano i meccanismi e i passaggi o li ignorino del tutto, non cambia nulla: la comunicazione comunque setta dei parametri. Dire a qualcuno “sai che ore sono” non dice solo quel che appare a livello oggetto, e cioè “vorrei che mi dicessi che ore sono”. Setta anche una moltitudine di altri e invisibili parametri, che di fatto decidono tutto: dalla realtà in cui viviamo a chi siamo. Per dare una idea molto banale, la frase citata setta tra molti altri un parametro di relazione proposto da chi fa la domanda a chi la riceve, che dice “ritengo di essere in diritto di domandarti che ore sono”. E’ il motivo per cui questa domanda la si fa ad un passante ma non la si fa al Papa, anche se ha l’orologio in bella vista e noi abbiamo urgenza di sapere che ore sono. E se la si fa al papa,si è perfettamente coscienti che non sia sta solo chiedendo che ore sono. Si sta anche dicendo: “me ne sbatto che tu sia il Papa.”
Allo stesso modo, affermare “sono un Dom” oppure “sono un sub” setta dei parametri. Il problema è che setta dei parametri assurdi. Mi limiterò a specificare dettagli molto, molto semplici come esempio. Anzitutto, questa frase afferma: “io domino”, ma non afferma chi, o cosa domino. Come dovrebbe reagire un interlocutore a questa affermazione? Ti darà una pacca sulla spalla dicendo, cavoli, complimenti!, oppure ti domanderà: ah sì? E chi o cosa, domini, di grazia? Se non si specifica chi, o cosa, e in che precise condizioni io dichiaro di dominare, allora sto affermando che io domino tutto quanto, in ogni modo e momento. Andando oltre, visto che la frase è rivolta ad un interlocutore, diventa implicito che se “io domino” l’universo tout court, allora io domino anche te. Il che è quantomeno grottesco: mi presento dicendo che ti domino, per partito preso, quando neppure mi conosci o io conosco te? Ovviamente la risposta ideale sarebbe: “perfetto, io mi sottometto” – ed è esattamente l’incontro ideale che chi frequenta ambienti BDSM sembra sognare. Peccato che, di nuovo, si stia parlando di nulla: due persone che non si conoscono non possono né dominare né sottomettersi visto che di fatto non c’è alcune forma di relazione tra di loro. Sarebbe come se due sconosciuti si presentassero dicendo: “salve, io sono un ottimo amico” e “caspita che bello, anche io sono un ottimo amico” e pretendessero, dall’istante successivo, di essere tra loro ottimi amici. Qualsiasi interazione che si basi su simili premesse è, necessariamente, un gioco di ruoli totalmente sganciato da un piano di reale interazione: i ruoli giocano da soli, in astratto. Calandosi in una realtà concreta, che so una festa di gioco BDSM tra sconosciuti, quel che risulta è una recita, o anche, dicendolo in modo meno simpatico, una farsa.
Quando però due persone si incontrano e comunicano, e comunicando dimostrano un interesse reciproco in cui uno dei due assume una posizione sottomessa e l’altro una posizione dominante, ecco che diventa reale la possibilità di costruire una relazione BDSM. Ma i ruoli non partono come modelli identitari a sé stanti: iniziano a configurarsi dal momento in cui inizia una comunicazione, e si sviluppano e realizzano passo dopo passo man mano che i coinvolti li strutturano reciprocamente. Ecco quindi come mai il ruolo esiste soloin una relazione ed anche perché, quando e dove la relazione si interrompe, quel ruolo di fatto scompare con essa.
Ecco perché il ruolo è quindi relazionale nella sua natura sia a partire dalla semantica che gli è propria fino alle sue conseguenze pragmatiche, cioè al suo divenire reale (o, in termini appropriati per chi studia metacomunicazione,esecutivo).
Per chi ancora avesse dubbi di comprensione, facciamo un esempio molto semplice. Si pensi alla parola “moglie”. Una persona non può essere “una moglie” senza essere sposata con qualcuno. Può desiderare la vita matrimoniale, o aspirarvi, può ritenere che sarebbe una ottima o pessima moglie, ma non può esserlo finché non si sposa. Quindi, anzitutto, finché è nubile non ha alcun senso che si presenti a qualcun altro dicendo: “salve, io sono una moglie”.Ma anche quando si fosse sposata, questa presentazione sarebbe di per sé assurda. Diventa sensata quando viene formulata in modo completo: “salve, sono la moglie di Pippo.”Ancora, quando e dove la donna in questione divorzi da Pippo, non avrà di nuovo senso presentarsi come “una moglie”. Potrà essere “l’ex moglie di Pippo”, o semplicemente “una donna che è stata sposata”.Si fosse sposata anche con centomila uomini diversi, comunque non avrebbe alcun senso che si presentasse come “una moglie”, ma sempre e comunque come “la moglie di Pippo, Gianni, Pinotto, Cuccuzzo, Bartolomeo…”Ciò per il semplice motivo che il termine “moglie”, come il termine “schiava/o” o come il termine “Padrona/e” sono termini relazionali e NON identitari.Questo significa forse che fare la moglie sia una finzione, o qualcosa che non possiamo considerare vero? Affatto: significa che questa funzione di relazione è valida e reale SOLO all’interno di una relazione, e non al di fuori di essa. E’ se vogliamo una espressione vera, verissima di noi che trova spazio SOLO in termini relazionali.

LE COSE BUFFE
Per chi ha avuto lo stomaco di leggere quanto scritto sopra, diventerà palese che cosa trovo tanto – ma tanto – buffo nel leggere affermazioni quali: “sono un Padrone” o “sono una schiava”, e nelle discussioni su chi sia un “vero” o un “finto” padrone/schiavo. Ancora, è tenero al limite del grottesco leggere le manifestazioni di atteggiamenti BDSM relazionali mostrati in ambiti sociali, dove chi vive in una relazione specifica un dato ruolo assume comportamenti propri di quel ruolo al di fuori della relazione data, ad esempio nel parlare con sconosciuti, o anche conoscenti con cui però quella relazione non è in atto.Per capirci, il comportamento di chi essendo in un ambiente BDSM, dà per scontato che il ruolo che vive nelle sue relazioni personali debba avere un impatto e un riconoscimento anche presso perfetti sconosciuti o persone con cui tale relazione non è in atto.
Se io ho una relazione con Ciccia e Ciccia è di comune nostro accordo la mia schiava e deve darmi del lei, questa faccenda è reale tra me e lei, per tutti gli altri esseri del pianeta non è affatto reale,è un nostro gioco in cui loro non partecipano né sono tenuti a legittimarne le regole. Per cui siamo io e lei degli arroganti se pretendiamo che le persone non si mettano a ridere, o si indignino, o ci prendano per imbecilli se giochiamo le nostre regole di relazione davanti a loro.
All’interno della scena BDSM si tende a garantire un certo rispetto per queste specifiche manifestazioni che miscelano aspetti relazionali con aspetti sociali, ma rimane una etichetta e non una garanzia di legittimità. Confondere le due cose è, quantomeno, sintomo di ingenuità.
Non a caso, una forma con cui si “gioca” su questo margine è l’ironia. Battute del tipo “sì ma io mica posso criticare il mio Padrone” o “no no, chiedi a lei, io faccio quel che vuole lei” sono simpatiche e persino intriganti quando appunto velano un tono ironico, che sottende la forzatura di una comunicazione “sociale” con delle regole relazionali “private”. Quando invece diventano affermazioni perentorie o richieste di adeguamento ad una etichetta relazionale nei confronti di chi in tale relazione non è parte in causa diventano contemporaneamente arroganti e ridicole, quanto lo sarebbe la pretesa di un bambino che, poiché gioca con un amico ad essere invisibile, pretenda di essere invisibile per chi gli sta attorno anche se non sta giocando con lui.
In soldoni, per chi vive una relazione BDSM è reale essere un Dom o un sub nella relazione e con chi in quella relazione svolge un ruolo. Fuori di essa o con chi non ne fa parte, atteggiamenti e dichiarazioni propri del ruolo sono alla meglio battute simpatiche e alla peggio forzature ridicole.


Stefano Re ©

giovedì 16 novembre 2017



Su arte e Bdsm
Di: DowonNonMYKNees

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Ci sono cose che ad un occhio allenato sfuggono... e ci sono connessioni che solo la mente di un adepto di questo mondo può cogliere. Tengo a precisare che con questo scritto non voglio assolutamente erigermi a profonda conoscitrice del BDSM ma solamente condividere degli stimoli che oggi discutendo di una corrente artistica del 900 mi hanno colto di sorpresa e che mi hanno inaspettatamente eccitata. Che questo mondo fosse in qualche intrinseca maniera considerabile arte lo avevo già pensato: i ruoli e il rigore con cui si vivono, la bellezza del corpo vissuto come prezioso strumento e non solo come semplice oggetto del desiderio, l'adorazione di una slave verso il suo Padrone, le sadiche carezze di chi Domina e la musica dei gemiti di piacere misto al dolore di chi devoto subisce. Approfondendo la PERFORMANCE ART mi sono chiesta se certi artisti sapessero che le loro performance fossero ricollegabili ad alcuni principi fondamentali del BDSM. Prendiamo per esempio Marina Abramovic, artista serba che ha consacrato tutta la sua esistenza ad un’arte del corpo che sfidi e mostri i limiti morali e fisici della nostra razza. “Non ho mai voluto morire, ho solo voluto provare quanto lontano potevo spingere lo spirito del mio corpo”... di fronte a tale dichiarazione impossibile non pensare all'importanza che il BDSM dá ai limiti. In particolare una sua performance mi ha colpita: la "Rythm 0", che si svolse nel 1974, nella Galleria Studio Morra di Napoli. La donna restò per sei ore a completa disposizione del pubblico: fra lei e gli spettatori un tavolo pieno di oggetti, da fiori a strumenti di tortura e persino una pistola con un colpo. Chiunque era autorizzato, in queste sei ore, a fare tutto ciò che voleva all’artista con quegli oggetti, ferirla, muoverla, denudarla… Non era Marina il reale oggetto dell’opera, in mostra bensì erano le reazioni del pubblico, la sfrenata curiosità nel poter fare tutto senza conseguenze, il poter sbirciare dalla “serratura” di quelle sei ore la libertà e l’impunità. Dapprima le reazioni furono pacate fra chi faceva foto e chi qualche toccatina coraggiosa, ma dopo un’ora la curiosità ha prevalso e da lì l’istinto e la bestialità, l’emotività sfrenata e l’ebbrezza della scoperta. Marina venne denudata, ferita, palpata, legata,fra chi le asciugava le lacrime di dolore e chi le succhiava il sangue dal collo e, persino, chi le mise la pistola in mano poggiandole il dito sul grilletto. L’artista, in tutto questo, rimase passiva, muta eccetto i gemiti di dolore, “un burattino nelle mani del pubblico", come si definì lei stessa. Scadute le sei ore, iniziò a muoversi, a ricomporsi e a camminare con passo fiero fra la folla che l’aveva torturata. Valie Export, ecclettica artista austriaca, scandalosa e femminista, altamente provocatoria e anticonformista, é stata una delle prime ad usare il corpo femminile per mettere in discussione lo sguardo maschile. Con la sua performance dal titolo “Genitalpanik” del 1968, in cui entrò in un cinema a luci rosse a Monaco di Baviera coi pantaloni in pelle tagliati dall’inguine alle natiche che lasciavano il suo sesso bene in vista in tutto il suo fulgore, dalla grandi labbra al pelo, è riuscita ad evocare nella mia mente l'immagine di un'altera Mistress in grado allo stesso tempo di intimorire e innescare uno sfrenato dediderio. Scopro poi Vito Acconci che nelle sue performance chiamate "Trademarks" (marchi di fabbrica) del 1970 si morde tutte le parti del corpo raggiungibili dalla bocca così da lasciare un'impronta profonda e perfettamente distinta della sua dentatura sulla pelle. Le sue performance sono incentrate sull'uso del corpo come mezzo espressivo relativamente allo spazio in cui è situato. Le sofferenze rivolte al proprio manifestarsi fisico, le pubbliche umiliazioni e le pratiche masochistiche gli permettono di approfondire la conoscenza del proprio corpo. Un sapere che guadagna valore perché nasce dal dolore. Ed è proprio attraverso il dolore, in questo caso autoinflitto, che si ampliano i propri orizzonti percettivi.  Impossibile a chi vive questo mondo fatto di mille sfaccettature non pensare ai doni che un Padrone o una Mistress può lasciare sulla pelle del suo oggetto, come i graffi o gli stessi morsi... che diventano un timbro di possesso e allo stesso tempo un gioiello intimo da custodire finché il tempo della guarigione non lo cancellerà. E il potere del dolore di farci superare la concezione di noi stessi portandoci in una nuova dimensione. E per finire, la performance che incarna il principio forse più importante del BDSM: la fiducia.Il 19 novembre del 1971, alle 19.45, in una stanza della galleria F-Space di Santa Ana in California, un uomo è immobile, spalle al muro e di fronte a lui un amico, zitto. Vittima l’uno, carnefice l’altro, per pochi minuti appena: il gioco di ruolo in cui un giovane convinto dal suo amico artista si ritrova di fronte ad un fucile calibro 22 affidandosi totalmente a lui e a ciò che lui ha nella sua mente.L’artista dinanzi al suo amico dirige l’azione, mantenendo una flemma epica. “Sei pronto Bruce?”. Pronto. Ed ecco che posiziona l'arma, rallentando il tempo e contraendo lo spazio, vertiginosamente. Tra i due una coltre di non senso, o forse di eccessiva lucidità. Volontà, travestita d’incoscienza.Spara. Mira e non sbaglia. La morte in una frazione di secondi, poi la vita, feroce come una buco nel braccio.In questo sparo troviamo il coraggio di colui/colei che "segue" di andare oltre i propri limiti affidandosi completamente all'altra persona, e la capacità di chi conduce di testare il legame in sicurezza e con estrema consapevolezza.

https://www.legami.org/articoli/articoli_dettaglio.asp?code=526

venerdì 4 agosto 2017

Poliamore? “Non chiamatelo coppia aperta”, intervista ad Ayzad





Che differenza c’è tra essere pansessuali e poliamorosi?

La pansessualità – cioè la disponibilità a valutare partner sessuali di tutti i tipi – è un orientamento o, in buona sostanza, una questione di gusti sulle persone che ci si porta a letto; il poliamore è una modalità relazionale, ossia il modo con cui ci si rapporta con i propri partner e quindi una cosa indipendente da quali caratteristiche essi abbiano.

Poliamore è sinonimo di coppia aperta?

Hai toccato un tasto molto dolente. Partecipando a vari eventi “poly” e conoscendo un certo numero di persone che si definiscono “poliamorose”, ho visto infatti che la stragrande maggioranza di esse interpreta il termine come «faccio sesso e frequento più partner senza nascondere niente a nessuno». Che è un approccio in cui non vedo nulla di male, ma che realisticamente si chiama ‘scopare in giro’. Sicuramente l’onestà reciproca e un approccio etico sono un fattore importante, però credo che la differenza fra poliamore e scambismo, coppia aperta, scopamicizie e così via, stia nella stabilità della relazione stessa: vivere assieme, avere progetti a lungo termine comuni o essere pronti a darsi assistenza l’un l’altro in caso di imprevisti scomodi. 

Le dinamiche di coppia sono le stesse delle coppie tradizionali ma “duplicate”?

Non esiste uno standard seguito da tutti. L’unico elemento comune è forse proprio il non seguire una delle dinamiche più tradizionali: quella di avere amanti segreti, che secondo alcune statistiche è invece prassi comune per oltre il 70% delle coppie “normali”. 

Come ci si divide sul piano sessuale? Capita che il compagno voglia fare l’amore solo con una e non con l’altra? E l’altra come reagisce?

La tua domanda in questo rivela un comprensibile approccio derivato da tutta una serie di socionormatività: il maschio capobranco, il triangolo lui-lei-l’altra… In realtà potrebbero però benissimo esserci due uomini e una donna, oppure tre donne più una trans M2F (da maschio a femmina) non operata, più un uomo asessuale.
In ogni caso, anche in una composizione “semplice” come quella che hai indicato, si scopre quasi subito che è impossibile dare sempre esattamente le stesse attenzioni a due partner: l’intento paritario è encomiabile ma non realistico per puri problemi pratici: fare sempre sesso a tre, ad esempio, è scomodo. E poi non si tratta di credere a concetti abominevoli tipo ‘relazione primaria’ e ‘relazione secondaria’, ma semplicemente di riconoscere i propri limiti umani e accettare che di volta in volta e a seconda di infinite variabili ci potranno temporaneamente essere momenti di maggiore intimità o sintonia fra due componenti piuttosto che altri. L’importante è solo che non diventi un’abitudine, altrimenti qualcuno rimane escluso e deluso.
Sia a letto che fuori, ho visto che le polirelazioni felici sono quasi sempre accomunate da un approccio di fondo per cui ciascun componente è ugualmente innamorato di tutti gli altri, e inoltre tutti si amano come unità collettiva. Vedendola con occhio matematico, nel caso che hai proposto la relazione non sarebbe quindi solo una sola, ma anche l’insieme di ((A+B)+(A+C)+(B+C)). E questo fa capire sia come mai il poliamore “vero” sia così raro, sia perché tante polirelazioni siano disfunzionali. 

Chi lo fa fare, a un poliamoroso, di gestire due o più relazioni contemporaneamente a cui dare le stesse attenzioni?

Amare due o più persone è assolutamente naturale, soprattutto se hanno caratteristiche differenti fra loro ma entrambe attraenti. L’esempio più semplice è pensare a una persona bisessuale con un partner maschile e uno femminile, ma mi riferisco anche a qualità di carattere o altro.
Pensa a quanti problemi in meno ci sarebbero se tanta gente smettesse di credere alla logica di Beautiful, dove amare anche qualcuno di diverso dal proprio partner per la vita giustifica scenate, divorzi e magari suicidi. O a quell’altra fiction del Vecchio Testamento, dove ‘desiderare la donna d’altri’ fa finire diretti all’inferno. Il mondo reale è tutta un’altra cosa – figurati che so persino di gente che “desidera l’uomo d’altri”! Che tempi, eh?
Scherzi a parte, da un punto di vista concreto una relazione seria a tre (o più) vuol dire ricevere il doppio d’amore, il doppio di assistenza nelle cose di tutti i giorni, doppio sostegno morale e così via. E per i più materialisti anche i vantaggi economici non sono male, visto che le spese vengono divise fra più persone.

Il poliamore è un’attitudine innata o si può verificare in alcune fasi della vita e non in altre?

Fra esseri umani è biologicamente innato: basti pensare alla classica domanda-trappola “Vuoi più bene alla mamma o a papà?”, a cui nessuna persona sana di mente e con genitori degni di tal nome potrà mai rispondere. Ciò non vuol dire però che il poliamore vada per forza coltivato o considerato un modo di relazionarsi “migliore” di altri. Si tratta semplicemente di una delle tante possibilità offerte dalla vita, che si può tranquillamente esplorare, valutare e scegliere se abbracciare o meno.

Come gestire la gelosia?

In maniera semplicissima: se c’è gelosia e avere una polirelazione è qualcosa che fa stare bene le altre persone coinvolte, si saluta la persona gelosa e le si augura tanta felicità in un rapporto più tradizionale. Non sarebbe giusto né far soffrire inutilmente questa persona, né forzare le altre a rinunciare a qualcosa per loro importante, tutto qui. Un problema molto più concreto nei rapporti poliamorosi è piuttosto la tendenza innata a cercare alleati in caso di difficoltà: è facile quindi che se A ha un problema con B, cerchi più o meno consapevolmente l’assistenza di C “contro” il povero B – che magari è una carogna, ma si trova così assediato e, soprattutto, predisposto in futuro a contro-manipolare C contro A. Rendersi conto di quanto tossica possa diventare tale dinamica (usando amici e parenti come pedine, per esempio) è fondamentale perfino in una coppia tradizionale, ma in una polirelazione diventa ancora più urgente.

Donne e uomini sono ugualmente poliamorosi, sia quantitativamente che qualitativamente?

Non è tanto una questione di genere quanto di maturità relazionale. In mancanza di studi attendibili direi che fra i praticanti le quantità sono più o meno le stesse. Per motivi di cultura sociale, tuttavia, la fantasia di avere un harem di partner è più diffusa fra i maschi – almeno finché non ci provano davvero e si rendono conto di quanto impegno richieda la cosa!

Il ménage funziona solo se ci si vive come un unicum o anche se un elemento intrattiene rapporti con altri due che non si amano tra di loro?

Personalmente credo che, se si vuole andare oltre il gioco erotico occasionale, la base non possa che essere un amore vero e molto profondo fra tutti.

Ovviamente questo è solo un quadro generale, sul poliamore e sulle altre forme di sessualità alternativa si potrebbe parlare per giorni senza tuttavia arrivare mai al bandolo della matassa. Se però avete una qualsiasi curiosità, le anteprime scaricabili gratuitamente dei libri di Ayzad, saggista oltre che firma di Wired, vi apriranno un mondo. Date un occhio a www.ayzad.com e non ne uscirete più, parola di MySecretCase!